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Genere: Fantascienza

Trama:
Quattordici persone, nevrotiche e alienate nel loro rapporto con il lavoro e con il mondo esterno, decidono di lasciare una Terra disumana e oppresiva e partire per il pianeta Dalmak-O. Per Ben Tallchief, dopo una vita fallimentare, sembra aprirsi un futuro di euforica comunione con gli altri; è così anche per Seth Morley, insoddisfatto del suo lavoro come idrologo del Kibbutz Tekel Upharsin. Ma all'improvviso il satellite delle comunicazioni viene distrutto e i quattordici umani si ritrovano soli su un pianeta alieno e ostile, in un crescendo di mistero, terrore e morte.

Commento:
Un racconto dai toni cupi, forse disperati, di spessore non solo da un punto di vista letterario ma anche dal punto di vista dei contenuti; opera densa di spunti di riflessione, una lettura avvincente, dai risvolti filosofici (metafisici) e dalla profonda analisi psicologica.
Dopo che il lettore è riuscito a riprendersi dallo spiazzamento polidimensionale fra realtà, sogni spontanei, sogni indotti, desideri realizzati, desideri frustrati, pulsioni interne confessabili ed inconfessabili (ma non per questo meno sentite ed importanti per la piena realizzazione personale) si può cimentare ad analizzare a mente fredda la complessa e lucida architettura teologica del romanzo (in cui spicca l'intuizione della quaternarietà dell'entità divina -la super entità che assorbe tutto e sovrasta anche la canonica struttura trinitaria che si ripete, con diverse declinazioni, nei principali sistemi religiosi della storia-) all'intero della quale si muovono i protagonisti, eterogeneo campione di un'umanità in balia delle prigioni e delle nevrosi che costruiamo noi stessi e in noi stessi, alla ricerca di un senso che possa in qualche modo trascenderle e risolverle.
La nave stellare, condannata ad orbitare intorno ad una stella (spenta) fino all'esaurimento dei sogni, dei viveri e del suo stesso equipaggio di soggetti alienati nei loro rapporti con il lavoro e con il mondo esterno, richiama, in controluce, una condizione esistenziale diffusa in larghissima parte degli strati sociali, crivellati di punti deboli, ignari di cosa siamo, di cosa desideriamo, di dove vogliamo andare. Squarciati i veli dell'ipocrisia, venute meno le euforie per un illusorio futuro di comunione armoniosa con gli altri, campeggia a lettere cubitali la massima homo homini lupus.
Mi pare che Dick abbia condotto una feroce e scomoda autopsia sugli istinti latenti, sommersi da convenzioni sociali e di convivenza più o meno forzata, autopsia stemperata dall'anelito di spiritualità, di ricerca di tranquillità interiore e spazi fisico-mentali non ancora contaminati che animano, con sfumature diverse, i vari personaggi. Non a tutti è però concessa la realizzazione del proprio anelito; la maggioranza dovrà continuare a cercare in maniera ondivaga e nebbiosa il senso trascendente.
(Gianluca Cervo)

Dello stesso autore:
Ubik



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