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Genere: Poesia

Trama:
In questo volume abbiamo voluto raccogliere le parti più significative dell'opera di Carnevali, finora inedita in italiano. Innanzitutto il romanzo Il primo dio, una prosa di febbrile intensità, carica di immagini, di sogni, di angosce, di camere mobiliate, l'autoritratto di un nomade, braccato dalla vita, che ci lascia sbalorditi per la modernità del suo accento. Poi una scelta dalle sue poesie: anche queste "eccentriche", rispetto all'America e tanto più rispetto all'Italia, scritte in una lingua reinventata con felicità e uno strano candore, leggere e disperate. Infine alcune prose critiche, da cui apparirà l'ottica singolare di questo "poeta maledetto", insofferente delle raffinatezze formali e compositive dei suoi amici americani, lui che si sentiva preso in un terribile risucchio verso la morte. Nel loro disordine e nella loro amarezza, i testi di Carnevali hanno un suono "giusto" che percepiamo solo oggi, come quello di chi poteva essere uno dei grandi scrittori italiani di questo secolo e invece giunge filtrato da un'altra lingua, da un'altra storia, e pur sempre come un'emozionante scoperta.

Commento:
Una vera e propria rivelazione. Alcune frasi, alcuni accostamenti lessicali, alcune scelte verbali sono simili a veri e propri magli a percussione, a dei lampi, a degli schiaffi dirompenti, a pura forza espressiva, ad una pioggia di schegge di vetro luminose ed aguzze. Pochi lessemi e Carnevali riesce a scolpire in maniera implacabile personaggi, modi di fare, sensazioni, emozioni; a descrivere l'indole umana nella sua più cruda limpidezza, senza tanti rigirii.
Ho riletto tre quattro volte di fila certi passaggi per gustare a fondo la loro sfrontatezza ed immediatezza espressiva delle parti in prosa che si accompagna alla complessità emotiva con cui l'autore ci investe nelle sue composizioni in versi, crude e crudeli, che eruttano dal profondo di un'anima in perpetua agitazione ma sempre in grado di analizzare con lucidità e da prospettive scomode (o desuete, se preferisci) il comportamento degli altri, quello proprio e le proprie reazioni.
Alcune delle sequenze più strettamente descrittive e di ambientazione, sempre molto vive ed immediate (relazioni con i familiari; rapporti con donne vissute, possedute, conquistate, ambite o solo irrimediabilmente sognate; descrizione delle camere ammobiliate, del gelo invernale, degli espedienti per racimolare un po' di cibo nei free-lunch counter, della freddezza e del cinismo dell'America e degli Americani) mi hanno fatto venire in mente certe quinte sceniche di John Fante, ma solo come eco lontana sia ben chiaro. A tratti i suoi versi fulminanti mi hanno ricordato Ungaretti. Peculiare rimane tuttavia il modo in cui Carnevali riesce a trasmettere le sue sensazioni e come riesce a materializzarle in segnali cromatici, come un poeta cinto di lauro pur essendo lui un talento non accademico.
Spiazzanti i frammenti di riflessione personale in cui incanta e acquieta se stesso di fronte ad un semplice riquadro di cielo notturno, di fronte ad un raggio di luna, contemplando una giornata di sole e percependone il calore, di fronte allo stupore privato davanti alla natura ed ai suoi paesaggi.
Carnevali condensa nelle sue pagine rabbia, disperazione, disorientamento, sconfitta, solitudine; ma secondo me sono pagine particolarissime perché le tenebre, le lacerazioni ed i baratri introspettivi si intarsiano con dirompenti aneliti alla pace interiore ed esteriore, alla vita, alla passione, alla ricerca del piacere, con sprazzi di debordante, infantile entusiasmo. Un ribelle pulito, un anarchico ingenuo, un esteta che si specchia sull'acqua in cui risciacqua il cencio passato sul pavimento che deve lavare, un profeta che scarica nella letteratura il suo bisogno di essere accolto, di purezza dell'animo e di sentimento, di bellezza, di ablazione dell'ipocrisia.
(Gianluca Cervo)



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