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Genere: Fantascienza

Trama:
Come fa Glen Runciter, titolare di un'agenzia di anti-telepatia, a comunicare con sua moglie Ella per avere consigli dall'aldilà, da un mondo informe e allucinante di semi-vita o non-morte? E perché mai dopo ogni collegamento con Runciter la semi-vita di Ella si va affievolendo sempre più? Che cosa afferra Joe Chip dal suo mondo del 1992 e lo scaglia nell'America degli anni Trenta? E come è possibile che Joe riceva dei misteriosi e cupi messaggi sui muri e sugli specchi dei bagni dal suo capo quando questi è stato ucciso da una bomba esplosa sulla Luna? Come mai anche Pat, con tutti i suoi terribili poteri, è intrappolata insieme a Joe Chip in un assurdo incubo?

Commento:
Dick è riuscito a trasmettermi la sensazione di uscita dal tempo, di disorientamento cosmico che vivono tutti i personaggi del romanzo (tranne Ella e Jory).
Ti descrive la realtà di cui non ti accorgi, che scorre accanto a te inconsapevole. Realtà soggettiva che non corrisponde a quella degli altri. La realtà degli altri abbatte le nostre certezze ed invade la nostra soggettività con effetti devastanti. Universi che si alternano e si sovrappongono, travolgendo lettore e personaggi: ma quale di questi universi è quello vero?
Il sottotraccia del romanzo è la ambiguità latente in tutte le nostre percezioni, esternazioni, sicurezze; è il timore, aleggiante su tutta la storia della antropologia, che ciò che facciamo e viviamo sia solo illusorio, un sogno. Un tema, quest'ultimo, che si rincorre da Cervantes (Don Chisciotte) a Calderon della Barca (La vita è sogno), da Queneau (I fiori blu) a Perutz (Turlupin), con altre sfumature, altri risultati ed implicazioni, altre variazioni, ma sempre con interessanti spunti di riflessione.
Un susseguirsi di rovesciamenti, di incertezze che si stratificano su altre incertezze, una nidificazione di incubi. Chi è vivo, chi sta immaginando, cosa è successo veramente, quale è la fine e quale l'inizio della storia? Un'opera anarchica che allo stesso tempo si inquadrata in un sistema dittatoriale, assolutistico in cui ogni uomo è sottoposto al potere delle macchine da lui stesso programmate, al punto che si deve pagare tutto, anche l'apertura della porta per uscire di casa.
BladeRanner (pellicola tratta da un romanzo di Dick) ha implicazioni teologiche e metafisiche che vanno oltre la storia rappresentata; allo stesso modo anche Ubik, a mio avviso, trasmette un apparente segnale di ateismo ma contemporaneamente fa trapelare, in maniera nemmeno troppo celata, una concreta filigrana teologica ispirata alla lotta fra un'entità salvifica ed un'entità distruttrice (declinate rispettivamente in Ella - che si avvale del mediatore Glen Rucinter, messaggero per le altre entità - e Jory), al platonismo (dualismo fra anima e corpo; le forme precedenti di un oggetto o di un essere che lasciano le loro tracce in ogni stadio delle successive evoluzioni; interiorità che sopravvive al decadimento del corpo), alla ricerca dello spirituale (in un mondo in cui tutto è tecnica ci sono associazioni che per mestiere leggono nel pensiero degli altri, parlano con i semi-vivi, fanno conoscere gli accadimenti futuri), alla affermazione dell'esistenza di un principio supremo (lo stesso UBIK).
Ma ecco che ritorna la contraddizione: UBIK può essere un oggetto qualunque (un cibo, una lametta) o un'entità ontologicamente ineffabile (lo spray variopinto e luminescente), il desiderio che anima i nostri aneliti e che non siamo in grado di definire e circoscrivere. Inoltre UBIK si serve della pubblicità, una pubblicità che sbuca da tutte le parti, che accerchia come un'ossessione (barlume che si ripresenta anche nelle prime sequenze di Blade Runner dove le macchine della pubblicità aleggiano sopra le teste dei passanti); la pubblicità come dio o dio che manifesta i suoi poteri e le sue prerogative tramite la pubblicità?
In poche parole un'opera spiazzante, in apparenza superficiale ma invece di grandissimo spessore.
(Gianluca Cervo)

Dello stesso autore:
Labirinto di morte



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